giovedì 1 settembre 2011

Il primo giorno dell'anno

Oggi è il primo di settembre.

Per me è come se fosse Capodanno, visto che alla mia veneranda età continuo a ragionare per anni scolastici; non so se è la mia conclamata sindrome di Peter Pan a parlare, o se l'imprinting dato da 13 anni di scuola sia indelebile per tutti; però forse è perché il Capodanno ufficiale non dà l'idea di uno stacco netto. Si passa da una giornata fredda, magari nevosa, a un'altra giornata fredda e magari nevosa.

Invece nel passaggio da agosto a settembre si vede la differenza: ieri era estate, oggi sono stata svegliata dallo scrosciare violento della pioggia; mentre ero in macchina alla volta dell'ufficio, mi sono cadute sul parabrezza un paio di foglie ingiallite; mancava solo che alla radio mettessero i Righeira, ma il messaggio era sufficientemente chiaro.

Insomma, inizia un nuovo anno.

Personalmente non sono tipo da fare buoni propositi, anche se solitamente di quest'epoca mi prende una certa ansia di rinnovamento. Quest'anno, sull'onda di quest'ansia, ho cambiato smartphone, approfittando biecamente del fatto che quello vecchio avesse perso un piccolo pezzo non essenziale.

Deve essere perché, nonostante non mi manchi affatto il liceo, né tantomeno i compagni di classe, né i professori (tranne forse un paio), insomma, nonostante non sia affatto una di quelle nostalgiche che vorrebbero ricominciare tutto da capo, mi mancano i libri nuovi e profumati di colla, con le pagine patinate ancora tutte da sottolineare. Lo so, è da malati, ma adoro i libri nuovi. Mi mancano i mucchietti di quaderni spiritosi e colorati; mi manca la Smemo ancora intonsa, come una tela vergine da pasticciare. Questo era il periodo in cui non vedevo l'ora che iniziasse la scuola, per poter aprire quei libri, scrivere su quei quaderni, ritrovarmi in classe con gli amici, che sono una delle poche cose che mi sono rimaste da allora e di cui non mi sono mai stancata.

Il problema, all'epoca, era che questo entusiasmo durava al massimo per la prima settimana, poi allora come oggi contavo i giorni che mi separavano dal 10 di giugno, quei libri che tanto mi attraevano mi sembravano delle catene. L'unica oasi di felicità erano la Smemo e gli amici. Quando non ci scannavamo per i turni delle interrogazioni.  

Il problema, oggi, è che invece di iniziare al contare i giorni dopo una settimana, inizio il primo giorno in cui rientro dalle ferie; secondariamente,  poiché fin dalla nascita non sento dire altro che "non esiste più la mezza stagione", credo di aver subito una sorta di lavaggio del cervello: il mio guardaroba non contiene praticamente vie di mezzo tra il prendisole e il piumino, tra i sandali e gli stivali, tra il morire di caldo e il morire di freddo, e il dilemma mi attanaglia la mattina, mentre, in mutande, osservo sconsolata l'armadio. Come se questa fissità nello sguardo potesse creare dal nulla il vestito perfetto. Come se ciò potesse fermare lo scorrere inesorabile del tempo.
Risultato: entro al lavoro costantemente in ritardo, e per giunta sembra che mi sia vestita al buio.


Tornerà l'estate, prima o poi.


2 commenti:

Lenny ha detto...

...semplicemente adorabile... :-)

Effe ha detto...

Grazie, Lenny! Credo di essere arrossita. :)